Anna Gioioso

2009

Un'Orazione Civile

Stabat Mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa dum pendebat Filius…

ho ritrovato l'intensità drammatica delle parole di Iacopone da Todi e la profondità della musica di Pergolesi quando per la prima volta ho visto Forma corporeitatis (à las madres), il polittico che Barbara Duran ha dedicato alle Madri di Plaza de Majo, alle vittime della sopraffazione, della violenza e dell'oppressione: un'orazione civile, la sua, che ha il carattere profondo e solenne della composizione sacra. Fotogrammi di un dramma della nostra epoca, in cui la coralità e il movimento della rappresentazione offrono la sintesi tra sofferenza e dolcezza, consolazione e pietà, ribellione e rassegnazione. Un poema moderno del dolore in cui allora come oggi le Madri portano il peso del sacrificio e delle contraddizioni della vita, in cui non vi è più posto per il pianto, ma solo per la dignità della testimonianza, quella di chi ha visto sparire (ieri in Argentina) e morire (oggi nel perpetuo conflitto tra Palestina e Israele) davanti agli occhi i propri figli.

Bianco. Lutto.
Un fazzoletto bianco annodato sulla testa, a ricordare il primo pannolino di tela utilizzato per i loro figli neonati, questo l'emblema delle Madri di Plaza de Majo. Bianco è il nastro dei movimenti che denunciano le violenze contro le donne. Un "mal bianco" - un "mare di latte" - avvolge i personaggi di "Cecità" in cui José Saramago "denuncia con intensità di immagini e durezza di accenti la notte dell'etica in cui siamo sprofondati". Un'epidemia da cui rimane miracolosamente immune una donna che, compiendo un gesto d'amore, diventa "la possibilità di restituire agli uomini una speranza collettiva, e toccherà a lei inventare un itinerario di salvazione, recuperare le ragioni di una solidale pietà".

Bianco è l'incombente lenzuolo che ondeggia al vento - quinta teatrale - ne "La danza", breve ma intenso film che accompagna l'opera Arianna e Aracne di Duran: un presagio? La bambina che danza, la primitività del gesto quasi propiziatorio. L'incanto dell'infanzia e la disillusione della maturità; caos e ordine. Un film struggente in cui il filo di Arianna si è raggrumato in una cicatrice che ferisce le aspettative dell'inconsapevole bambina.

Duran, però, non professa il pessimismo finale di Saramago.
Alla anestetizzazione delle emozioni e della reattività offre il suo punto di vista, un percorso che è un omaggio alla forza del dolore e al coraggio della vita. Perché la memoria (collettiva) ed il ricordo (individuale) siano l'alimento del presente e del futuro di ciascuno e, quindi, di tutti.

Un dono, quello di Barbara: ci ha regalato un paesaggio emotivo, emozioni come monadi e fessure, o spazi aperti di profumi, colori, suoni, uno strumento per disancorare i nostri ricordi, che salgono adagio al punto da sentire la resistenza e udire il rumore delle distanze traversate, in personali "intermittenze del cuore" e della mente. E' ciò che può accadere guardando il film "Non mi lasciare": un lungo viaggio nella complessità della vita che conduce alla serenità del distacco, alla consapevolezza e all'accettazione che, come la stessa artista afferma, "permette la lotta, l'integrità, l'etica e la compassione". Non è un caso che l'approdo, un non-luogo, sia una moltitudine di anime, di luci, di suoni e di ...ricordi, un percorso quindi che lei stessa ci indica come itinerario salvifico. E tutto questo con la sapienza tecnica di chi usa la macchina da presa come fosse un pennello, riuscendo a restituire all'osservatore il senso della scoperta di una tela in divenire.