Maria Teresa Benedetti

2001

 

MONADI


Paesaggi della memoria Profili di colline, fili d'erba, ciuffi di vegetazione, acque silenziose, esili tronchi eretti contro un orizzonte muto, incurvati dal vento o assimilati a ferite della terra divengono oggetto di meditazione poetica ed esistenziale, sono tramite per individuare la voce di un'anima. Barbara Duran elabora in piccole carte l'elemento naturale con grazia e ossessione, insieme ad una consapevolezza culturale di antica ascendenza italiana. Colline giottesche o assunte da polittici trecenteschi, sono traversate dal filtro di che indaga una natura amata, ferita, sognata, con un occhio che è centro di luce, attraverso frammenti dotati di una loro autonoma vita. Ma ritmati da una serie di rimandi e di echi, pronti a ricomporsi in un'immagine cosmica. Un polittico di 36 formelle, all'insegna di una totalità che nasce da un'idea di unicità, si alterna a motivi isolati o aggruppati in dittici, trittici. Il tema leibniziano dello spazio, luogo del convivere di molteplici forze, sottolinea il rapporto fra la complessità del mondo e la profondità della dimensione interiore. Segni di un universo individuato nella sua fragile essenza, divengono depositari di un segreto vivo, attivo, in un tempo che non incalza e consente di comunicare con lo spazio invisibile che ci circonda. Immersa in un luogo privo di limiti, l'artista tocca l'intensità dell'esistere. Realizzati per costituire il punto di congiunzione fra immagine e pensiero, i fogli di Barbara ci chiedono di viverli, di farli affluire a noi liberamente, e insieme di abbandonarci alla loro suggestione. Microcosmi basati sulla intensità espressiva di pochi elementi, suggeriscono una cosmologia, come per il pittore Zen un bambù, un ramo al vento, qualche canna su un greto sapevano additare un accordo costruito attorno ad un sentire mistico. La scelta acuta di un soggetto circoscritto è segno di attrazione per la meditazione, per la capacità di concentrare la sostanza delle cose in uno spazio insieme dominabile e infinito. Come ogni creatore, l'artista rivendica a sé la capacità di abitare intimamente le forme da lei create. Guardiamole, queste forme delimitate da orizzonti ricurvi, circondate da una luce che si dilata in cieli assecondati dalla morbidezza di profili che improvvisamente si oscurano. Terre che non raccontano la gioia, racchiudono una sorta di essenzialità spoglia e in qualche modo dolente. Nessuna esuberanza in una natura avvertita come entità prosciugata, teatro forse di lontani uragani, ora tornata calma, ma abitata da un grumo, segnata da un naturale tormento che forse coincide con la fatalità degli accadimenti cosmici. E nelle grandi tele che concludono il lavoro dell'artista, barbaglia un corpo luminoso, ectoplasmatico, circondato dall'ombra, come ancora racchiuso nel grembo oscuro di cui sono fatti i sogni.