Ignazio Venafro

2017

Whenever I want you, all I have to do is dream…



Servae_icone liquide, che con Barbara Duran abbiamo preparato e alloggiato sul Tirreno, nel Castello di Santa Severa che lo guarda, è parte dialogante nell’ambito del percorso di ricerca White, che accompagna come un filo esistenziale l’artista nel suo lavoro, e appare in molti aspetti della sua azione: l’essenza della figura femminile: in questo incalcolabile, denso, giorno che cala: madre_dea_generosa_feconda_e_matrigna, in tutta la sua presenza e interezza secolare: sfilando e tessendo il tempo nelle sue interminabili declinazioni attuali, e del passato che non passa…

L’esposizione muove un miracolo, pervasa da una memoria sacra, mente genetica che aduna fantasmi, che si definisce nel suo divenire formale agitando una favola infinita che vola sulle ali delle tempeste, sfiorando iconologie mitografiche legate ai culti offerti alle molte divinità femminili, che segnarono con le loro invocazioni l’area di Pyrgi, e si mutarono in storie, come quelle nostre: che pigliarono una volta i sentimenti di luna, e fecero un’opera di grazia: sulle quali anche il Castello di Santa Severa si mette, ora, nel modo di un tempio, in una relazione molto intima, come fortezza e custodia di resti arcaici, recinti primordiali che si fanno archetipi naturali, e simboli loquaci…

E’ un lavorìo insonne di aggiunzione che, nello stesso istante, sottrae i sensi e le strutture che coprono l’immagine contemporanea, e diventa una porta che attraversa un sospiro, un rumore bianco, flessuoso mischiando icone che cadono sciolte in un opaco silenzio: apparizioni liquefatte, dedalee tremule viventi e mosse, verso la percezione del mondo, che si può ammirare ma pure calpestare, un cielo transitorio che introduce ai relitti di dolori e alle gioie dell’umanità, né peccati né buoni gesti, rivelati come una corrente alterna generata dalla comprensione di una differenza di sé, o degli altri…


Cosa c’è in quest’assenza: tra illusione o verità l’inganno è una presenza doppia che stana un’anima prigioniera, di fate invisibili, tra le braccia dell’ombra. Excutior somno simulacra, que noctis adoro. Ogni volta che un desiderio si sveglia, tutto quello che fingo è sognare, un sublime forse, un altro luogo geniale che non sia una vista di pietà o di vergogna. Una sospensione dell’affanno, sott’altra luce che l’usata errando, aumenta l’artificio di evocare, una misura, e la terra è soltanto un nome che affiora, una delle possibilità di manifestarsi, che si esprime percepibile nelle dimensioni del cosmo…

La realtà in eccesso spezza la visione in movimento, e volge a uno spazio che danza, èidola senza peso evanescenti, evanescente ostensione, senza vittima o sacrificio, the only purport of the form thon ont, the real I my self, un flusso continuo d’inconscienza, una reminiscenza organica che diventa evento come persona, un teatro dell’anima come fosse aurora, come forse un’aria che attraversa l’essere nel suo esserci circolare, nella sua epifania molteplice di Artemide Leucotea Afrodite Ilizia Eos Uni Astarte Persefone Core Demetra, e Antigone, colei che mette in discussione l’ordine conosciuto e grida, grida, grida: non sono qui per unirmi nell’odio, ma nell’amore…

©dicembre2017ignaziovenafro