l’oracolo si sposta lesto, sui trampoli cantando
in fondo al buio, nella preghiera l’attesa
è un ritardo, e la storia una solitudine…
siamo sempre in due a diventare autentici
con un’eccezione, non con una rivolta contro il tempo
che viene prima del caos, prima del creato, e nessuno ascolta:
i cromosomi sono corpi verniciati, e l’acqua di Flint
è piombo, come il giallo cromo dei girasoli spenti
che non si voltano come un mare, un mare non si attraversa
solo per nuotare, modulare resta un verbo sfuggente
in quest’armonia di sofferenze, l’aria fresca violetta
non è solo un onda, pur se la luce non esiste…
è difficile trovare l’azzurro, se non vaglio
la sostanza del colore: quello che vedo, e vedo quello
fisso che gli altri guardano come un’ombra che affonda…
non le statue, le mie stanze le lascio agli uccelli
con questo giro che non si chiude, più fitta
è la trama della figura che non si muove dentro:
la somiglianza si fa spazio, ideologico, aperta e chiusa
sulla linea e sul volume, senza dilatare l’espressione…
non voglio vederci chiaro, l’eternità è un deserto
e la verità una passiflora che sboccia, nei miei occhi
trasparenti divento un silenzio: un montaggio sfasato
di una lontananza ignota, che non è un miracolo…

Ignazio Venafro, luglio 2017