RENATO MIRACCO

2009

Dimora del tempo


"Tutto ciò che vedo diventa per me forma e "stato d'animo".
Anch'io a volte vedo quelle forme riconducibili che la gente scorge nei miei quadri.
(...) La pittura non è il primo oggetto che colpisce la retina... è ciò che vi sta dietro.
Non mi interessa "astrarre", o estrarre le cose, oppure ricondurre la pittura al disegno, alla forma, alla linea o al colore.
Il modo in cui dipingo mi permette di continuare, incessantemente, a inserire cose nella pittura:
dramma, dolore, rabbia, amore, un corpo, un cavallo, la mia idea di spazio.
Attraverso gli occhi dell'osservatore queste cose diventano idee o emozioni."
Willem De Kooning, "Appunti sull'Arte",1957

Conosco Barbara Duran da tantissimo tempo.
Abbiamo condiviso, sognato, una speranza di ricostruire, di rintracciare, nella danza, antiche civiltà e desuete modalità di comunicazione.
Ricordo ancora che le regalai una piccola danzatrice in giada, di cui io ho la versione maschile, proprio per sottolineare questo legame atemporale che ci legava. La vita passa e scorre e come dice Costantin Kavafis, "ci porta in porti sconosciuti e mai visti". Ma nell'ultima produzione di Duran ritrovo un legame, una ricerca, alcune volte ossessiva, ma mai fine a se stessa, del Ricordo. Il Ricordo come metodologia del quotidiano, come esercizio del vivere e come eredità da trasmettere nella duplice accezione di Ricordo personale e Ricordo storico.
Vi è infatti, sempre in Duran la volontà di insegnarci un percorso, di indicarci una strada, di guidarci, anche se siamo a volte recalcitranti, sul suo sentiero, verso il suo Ricordo, verso la sua Verità. Non a caso mi vengono in mente dei versi di Ezra Pound, che dicono (perdonatemi, cito a memoria):
"Quello che veramente ami rimane, il resto è scorie.
Quello che veramente ami non ti sarà strappato.
Quello che veramente ami è la tua vera eredità".
(canto LXXXI)

L'eredità è qualcosa che non si lascia, ma si vive giornalmente, nel fluire delle stagioni, nello scorrere delle nostre quotidiane decisioni, nei fardelli che decidiamo di abbandonare ai lati di una strada o di portarci sulle nostre spalle.
L'eredità è vita e questo è molto chiaro per la nostra artista. L'alfabeto di Duran, anche se pregevoli sono le sue prime opere figurative, (e io ne posseggo alcune) nasce con l'astrattismo, con l'identificazione dei percorsi dell'emozione e dei principi di percezione del reale, giungendo alla definizione di un linguaggio basato sulla funzione espressiva e simbolica del colore e sul ritmo prodotto da rapporti reciproci di forme pure. Una forma pittorica può avere anche valore di apparizione? Certamentesi nel nostro caso.
Barbara Duran, nel confrontarsi con alcune emozioni, nell'ordinare e in qualche modo raffigurare, è infatti costretta a passi, alcune volte drastici, per trasformare tali emozioni e idee in forme nuove o nel delineare queste forme in modo che la loro coerenza e il loro valore autonomo siano equivalenti o maggiori di quello degli elementi che li compongono e da cui derivano.
La forma emotiva suggerita da Duran non deve essere considerata come un mero involucro: essa ha "il genio dell'improprietý", cambia continuamente, nasce da un mutamento o ne prepara un altro.
La relazione formale intrinseca non è quella tra l'immagine e le cose riprodotte, ma quella che intercorre tra le immagini e un'emozione visiva colta nel suo insieme e che a volte ci stordisce per la sua intensità.
Il dato reale in questo modo si smaterializza, diventa incorporeo, e lo spazio della pittura diventa lo spazio della dualità, tanto della presenza, quanto dell'assenza. La figura, e lo vediamo oggi nelle opere in mostra, esemplificativa di un lungo percorso, affiora, galleggia, sprofonda in un perpetuo divenire. Segno e immagine, nelle sue opere, sono all'origine la stessa cosa che la coscienza rivolge in due direzioni diverse. Vi può essere anche però una sopraffazione del segnoda parte dell'immagine privando quella di ogni contenuto semantico. O, caso inverso, la possibilità di isolare un oggetto del mondo fenomenico, e di forzarlo a subire un processo di irrealizzazione, per passare o a un segno, o a un segno-immagine. Questo è visibile ad esempio nel grande polittico "Forma Corporeitatis" dove sua è una lezione che segue una riduzione degli elementi di linea e colore all'essenziale, cercando di rappresentare l'essenza della realtà, invece che il suo esatto aspetto naturale. O ancora nelle "Monadi" dove l'intima relazione tra il segnoe il "sogno", inteso come luogo altro, diventa familiare e fondamentale. Se il sogno, parola per delimitare un luogo della pittura atemporale, viene vissuto come luogo di una soggettività operante e determinante, disegnare, dipingere, scrivere il sogno o fermare e cristallizzare il segno, è, per Barbara, insieme un esercizio di consapevolezza e di sollecitazione immaginativa che diventa puro fluire nel breve ma densissimo filmato che accompagna l'esposizione.
E non a caso ho citato De Kooning all'inizio di questa breve introduzione perchè quello che lui afferma è un augurio che rivolgo all'amica Barbara dal profondo del cuore:
"sempre più amore, dolore, rabbia" nella tua pittura e... costringici a seguirti!!!
New York, 14/2/09