Rolando Culluccini

Dicotomie

2004

 

Ancora non abbiamo velato il ricordo delle Monadi, recuperate nella visita alla bellissima Mostra alla Galleria ** - e speriamo che questo velo tardi a scendere, e ritroviamo Io sguardo di Barbara Duran, che si rivolge senza incertezze e con grande acutezza, ad un presente, che potremmo dire, se necessario, figurativo.

Una tormentata attualità, in questo nuovo ciclo di opere già tecnicamente ultimate, viste nel suo studio, con esemplari delicatezze, espresse attraverso il colore, fuso e compiuto,a delineare corpi frementie staticità fisiche.

La pena di uno sguardo, la felicità neltocco sfiorante di un gesto, accendono il fulgore di bianchi sostegni nel ritmo e nella sintesi così compiuta e spingono la bellezza verso una coesione allegorica estrema, intima, più che sofferta, sublimata. Le masse d'ocra e di bluassumono, intorno alla traccia perfetta di un corpo, la plasticità della materia, che sola decide ancora e conclude ogni elegante coerenza.

La stessa eleganza spinge e sostiene oggetti e forme in alcune grandi nature morte dove gli elementi quotidiani ritrovano una misura d'armonia e semplicità, coerenti ai limpidi e teneri fondi chiari o a corrusche profondità pastose e tangibili.

Quest'immaginario figurale quindi e inoltre, ci spinge all'osservazione, in questo momento evolutivo della storia di Barbara Duran, di una pittura che difende se stessa, nella necessità di affermarsi in quanto pittura,concretamente e liricamente.


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Visitando lo studio di Barbara Duran si scoprono, accatastate, pesanti strutture di legno, dritte verso le pareti, in attesa: sono vecchie porte grezze, o scabre di vernice ingiallita e pesano come i vecchi legni che hanno assorbito lo scempio dell'umidità e il fuoco del sole. Stanno aggruppate sul muro, si sostengono pesando su se stesse. Aspettano che Barbara tracci con tenui ossidi e bianchi impasti, grandi figure viventi, evanescenti trasparenze, blocchi di materia. Avviene che, ciclicamente, queste figure tornino, riaffacciate all'orlo delle pareti dello studio, dalle sale d'esposizione del mondo della pittura e si ricompongono ancora in attesa, fino al futuro possibile realizzarsi di un nuovo ponte con chi ama l'arte. Molte figure non sono tornate, ma Barbara è già assai lontana, fuggita verso altre atmosfere, oltre nuove linee e punti di fuga. In queste ore è occupata, nella concentrazione più completa, ad elaborare di nuovo la linea dell'orizzonte, la natura espressa con sapienti grumi di terre e verdi vellutati, ocre e azzurri che si sfanno dalla penombra che la terra di Casseladdensa e corona, opposti a cieli liquidi e bianchi.
E le figure attendono, pensanti e bloccate, che nuovi personaggi colmino le assenze, dopo le ultime competizioni, come irreali astanti. Lo stimolo che dalla più profonda interiorità emerge per proporre le sensazioni più antiche, più radicali, è nell'artista quella concretizzata nell'opera. Fino all'attimo in cui è impossibile procedere oltre; è in questo momento che con la maggiore presumibile sicurezza, il colore, il tratto, la struttura non necessità di alcun ulteriore intervento. Con questo momento felice si chiude l'ultima fase: l'opera è compiuta. E in questo senso vanno esaminati i periodi espressivi di Barbara Duran, come dei cicli composti di singole opere che si aprono e si chiudono nella loro finitezza e consentono ulteriori pregnanti aperture per giungere a concreti trasferimenti - da un ciclo di opere alle nuove finalità che si compiranno.

Scriveva Willem de Kooning:
"La pittura non sembra mai darmi pace o purezza. (.. ) Non cerco mai, né "dentro," né "fuori," né nell'arte in genere, uno stato di riposo. Da qualche parte, lo sento, ci deve essere una qualche idea straordinaria, ma ogni volta che cerco di raggiungerla, mi prende uno strano senso di apatia e mi viene voglia di sdraiarmi e dormire. Certi pittori, me compreso, non si curano di sapere su che genere di sedia stanno seduti. Non occorre neppure che sia comoda. Siamo tutti troppo inquieti per preoccuparci di dove si dovrebbe star seduti e non vogliamo neppure sederci "in pompa magna," Perché ci siamo accorti che la pittura - ogni genere, ogni stile di pittura,- per essere vera pittura deve essere un modo di vivere, uno stile, per così dire, di vita. (..) Se stendo le braccia intorno e mi domando dove sono le mie dita - ecco, ho tracciato lo spazio che basta a un pittore."
(Da The New American Painting, 1951).

Questo breve scritto del grande artista olandese mi sembra utile suggerimento per un'analisi della pittura recente di Barbara Duran. Negli ultimi dipinti infatti, la giovane pittrice, scandisce ulteriormente gli elementi della luce, le cui vibrazioni sono in grado di creare a ridosso degli anni trascorsi, nuove varianti, - e parliamo delle variazioni e dei suoi percorsi compiuti e superati, - disponendo perentoriamente della disinvoltura di cui de Kooning scrive, per il raggiungimento di "una qualche idea straordinaria" che sembra essere "da qualche parte".

Infatti, a compimento della linea guida delle "Monadi", dell'ultimata serie dei dipinti"materici" degli anni 2002/2003, acquisisce la perfetta sintonia del ritorno a un'inesorabile nuova figurazione. Scava nella sua stessa pittura fino alla realizzazione di opere che, " ecco, tracciano lo spazio che basta a un pittore."